La parity rate è morta, viva la parity rate!

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E dunque ci siamo, con il testo approdato e approvato in Senato che abolisce la parity rate (parità tariffaria), gli albergatori avranno la strada spianata verso il successo, sconfiggendo finalmente lo strapotere delle OTA nel mercato turistico.

O forse no?

Proviamo a fare ordine, innanzitutto cos’è la parity rate?

La parità tariffaria è una clausola contrattuale che regola i rapporti tra le Online Travel Agency (Booking.com, tra tutte) e le strutture ricettive: in base a questa clausola, il prezzo delle camere di un albergo dev’essere sempre lo stesso, sia sul portale delle OTA sia sul sito dell’hotel.

Con l’abolizione della parity rate, dunque, la struttura può ora decidere di applicare una tariffa inferiore sul proprio sito web e può differenziare i prezzi a seconda del portale su cui viene effettuata la prenotazione delle proprie camere.

Quindi, penseranno gli albergatori, è fatta: abbasso i prezzi sul mio sito e vendo di più, alla faccia di quei cattivoni delle OTA.

Nulla di più sbagliato!

So di non attirarmi le simpatie degli albergatori ma questa geniale trovata sarà l’ennesimo buco nell’acqua, l’ennesimo maldestro tentativo di regolare con delle leggi meccanismi di mercato che dovrebbero spingere l’offerta turistica a migliorare i servizi offerti e attuare strategie intelligenti, piuttosto che reclamare interventi governativi.

Quello che voglio dire, in altre parole, è che troppo spesso vedo strutture ricettive che sono promotrici inconsapevoli delle OTA. Spesso, quando mi ritrovo a confrontarmi con i proprietari di strutture ricettive, mi danno l’idea di essere dipendenti a contratto di Booking.com!

Fate una prova, comparate le offerte e ditemi quante volte prenotereste sul sito di un Hotel che ha anche una vetrina sulle OTA. Non c’è bisogno mi diate una risposta, e sapete perché?

Perché almeno nel 50% dei casi le OTA sono più convenienti rispetto alla prenotazione diretta: più garanzie, più trasparenza, più semplicità di prenotazione e – udite udite – più convenienza a prenotare sui loro portali.

Proprio così, non c’è trucco non c’è inganno: paradossalmente sulle OTA troverete condizioni più vantaggiose, perché le strutture ricettive aggiornano le proprie tariffe in parity rate tramite i famigerati Channel Manager, senza rendersi conto che poi queste tariffe verranno utilizzate sui portali applicando sconti su condizioni che nemmeno si ricordava di aver attivato.

A questo punto la domanda è d’obbligo: il problema delle strutture ricettive è la parity rate o l’incapacità di attivare efficaci strategie di web marketing?

Invece di stracciarsi le vesti, gli albergatori dovrebbero forse cominciare a pensare che nel mercato turistico digitale è vincente chi fidelizza, chi offre servizi di personalizzazione, chi si occupa di migliorare sempre di più l’esperienza turistica dei proprio clienti e di quelli da conquistare.

Se pensiamo di poter vincere nella competizione sul fattore prezzo possiamo mettere la parola fine a tante realtà e a tante destinazioni turistiche. La verità di fondo è che il mercato si conquista personalizzando, rafforzando il proprio brand, fornendo ad esempio benefit e omaggi per chi si prenota direttamente sul proprio sito web, come nell’intelligente campagna rewards di Marriot Hotels.

Cosa mi viene da pensare, alla luce di tutto questo?

Che gli albergatori dovrebbero operare come se ci fosse ancora la parity rate, mantenendo la stessa tariffa sui diversi portali. Quello che realmente occorre è rispondere ad una e una sola domanda: perché un turista dovrebbe prenotare sul mio sito piuttosto che su Booking.com?

Meglio non prendersi in giro, il problema non sono le OTA. Il vero cuore della questione è rendersi conto che il mercato turistico così come lo conoscevamo non esiste più e sul mercato si affaccia un turista sempre più attento alla personalizzazione del servizio, così come testimoniano le ricerche sui comportamenti delle nuove generazioni di turisti. 

E adesso, ditemi: siete ancora convinti che con l’abolizione della parity rate il futuro delle strutture ricettive sia in discesa?

Ai post(eri) l’ardua sentenza.

 

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