La vera sfida del turismo è ripensare il territorio

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La notizia era nell’aria già da tempo e, a detta di molti, su quella promessa era stata costruita la vittoria alle amministrative del 2014 dell’attuale sindaco Ada Colau: il nuovo Piano Speciale Urbanistico di Barcellona prevede un blocco alla nascita di nuove strutture turistiche sul territorio comunale.

Negli ultimi tempi infatti, tra una scritta intimidatoria e l’altra che invitava i turisti ad andarsene, la capitale catalana è balzata agli onori della cronaca per l’assalto ad un bus con tanto di scritta spray in bella vista sul lunotto: “Il turismo uccide i quartieri”, sintomo di un disagio che non riguarda solo casi estremi come questo ma che inizia a prendere piede anche tra i residenti meno facinorosi.

Cosa sta succedendo, dunque? Nulla che non fosse prevedibile, viene da dire.

Per tanti, troppi anni, a fronte di studi e dati di settore che rimarcavano chiaramente la crescita esponenziale delle persone che si sarebbero messe in viaggio per visitare destinazioni più o meno conosciute, gli attori pubblici e privati hanno pensato non fosse necessario prevedere per tempo efficaci strategie di cooperazione, accoglienza e offerta turistica.

Non è mistero dunque che, tranne in alcuni virtuosi casi di successo, il fenomeno turistico sia stato completamente abbandonato a se stesso, in una forma improvvisata di autoregolazione di mercato che ha portato i territori a essere vittime di un modello di sviluppo turistico non più in grado di tutelare l’ambiente e garantire una pacifica convivenza tra turisti e residenti.

Se non siamo pronti ad accogliere oggi in modo efficace il numero di turisti che ogni anno visitano le nostre città, come riusciremo ad affrontare l’onda dei quasi due miliardi di turisti previsti per il 2030?

Barcellona, Venezia, Roma sono solo la punta dell’iceberg di destinazioni che vivono una saturazione turistica diventata ormai incontrollabile ma sono tante le località che, nel loro piccolo, vivono la stessa dinamica di autodistruzione basata sul raccogliere nel breve quanto più possibile.

Il punto è che il turismo oggi non è più una realtà a sé stante ma è a tutti gli effetti un fenomeno urbano e, in quanto tale, necessita di adeguati processi di governo, di politiche e strumenti per ridurre gli impatti sull’organizzazione delle città e la vivibilità urbana di tutti i fruitori del territorio: piani urbanistici, viabilità, traffico, sistema accoglienza integrata, sistemi di trasporto intelligenti, distribuzione di informazioni costantemente aggiornate rappresentano pre-requisiti fondamentali per la realizzazione di esperienze di viaggio vissute positivamente, sia del turista sia di chi vive i luoghi da residente.

Sembra paradossale poi che, in un mondo che privilegia il ritorno alla terra e all’agricoltura innovativa, in un mondo in cui i turisti vogliono scoprire e vivere il locale e la ruralità, una regione come la Puglia insegua un modello di sviluppo in cui il consumo di suolo raggiunge livelli superiori alla media nazionale.

Per questo il turismo va governato e va innovato: occorre capire che in questo momento storico il problema del settore turistico non è la destagionalizzazione. Il problema semmai, nel periodo della cosiddetta Digital Transformation, è capire come il turismo rimetta al centro l’economia del mare e della terra, l’artigianato, il mondo agricolo, il manifatturiero.

Siamo nell’era delle stampanti 3D, che stanno ricostruendo i confini di un mondo di artigiani digitali; siamo nell’era delle Internet of Things applicate all’agricoltura, che forniscono dati in tempo reale sulle colture, sulla tracciabilità della filiera. È fortemente auspicabile un mondo agricolo che sappia guardare al turismo, al paesaggio, al territorio e un turismo che disegni un futuro anche rispetto alle politiche agricole e marittime.

Ripensare il turismo non è dunque appena un problema esclusivamente di infrastrutture e di comunicazione: è ripensare il territorio favorendo connessioni e relazioni tra tutti i settori, incentivando meccanismi e luoghi che rompano le barriere economiche e culturali tradizionali, integrando le competenze in un mondo sempre più digitale e interconnesso.

Una larga fetta dei due miliardi di turisti che si metteranno in viaggio da qui al 2030 non vorranno visitare artificiose Disneyland turistiche: sceglieranno territori sostenibili, vorranno vivere il locale, toccare il cuore dei territori, vedere il fermento di quelle attività che caratterizzano la tradizione dei luoghi.

Ecco perché la vera attrazione per i viaggiatori del domani non sarà più il territorio in sé – la destinazione – ma la gente che lo vive, le relazioni economiche, culturali e sociali che il territorio stesso saprà attivare.

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